Marea, sub specie aeternitatis.

Un placido allontanarsi. Un apparente avvicinarsi.
L’usuale stile a farfalla tra ondine e cavalloni, alcune vanno e portano via ammuffiti sogni, altre arrivano a portar nuove coraggiose speranze.
L’infinito barcamenarmi tra chiusure e aperture, del mio rapportarmi al mondo tra riparar vecchie falle e aprire nuovi oblò, e del mondo ondoso intorno a me.
Questa è una di quelle maree in cui vorrei si sincronizzassero questi due ordinati squilibri, come talvolta e disordinatamente è già capitato pur essendo stati riflussi tempestosi, sempre con il medesimo gioioso stupore sotto le stelle dopo il lavoro sotto coperta.
Ora non seguo già più con gli occhi la sottile cresta schiumosa che si allontana verso l’orizzonte, poiché bramo quella sinuosa che pare avvicinarsi all’orizzonte, sperando sia quella che mi possa eternamente accompagnare all’approdo di quell’isola avvolgente e accogliente di cui intravedo il crinale dal tempo in cui ho soffiato lontano le nebbie umide.
Il sole ottimista e infantile gioca con noi e scalda tutto intorno proiettando ombre altrove, ma l’onda pare immobile pur sollevandomi anche da lontano solo con il suo prometter meraviglie, chissà che non sia un desiderato miraggio o un riflesso illusorio di luce questa volta.

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