Stammi bene ragazza.

Sabato pomeriggio, chiesa di Sant’Eufemia, Giudecca.

Entriamo in chiesa dopo aver fatto merenda da ‘Harry’s Dolci’, successivamente ad una passeggiata al sole, una normalissima visita come tante già fatte in passato – alle molte splendide chiese veneziane.
Sentiamo un sommesso quanto straziante singhiozzare che rimbomba nella chiesa praticamente deserta, siamo solo in quattro, del “personale di servizio” neanche l’ombra.
Vediamo nell’ultima panca sulla destra, quasi invisibile nella semioscurità, una giovane donna dalle sembianze asiatiche, seduta e con a fianco una culla.
Con una mano tiene un foglio di preghiere e un fazzoletto, con l’altra scuote il passeggino della bimba ogni tanto, alternando il movimento ritmico al pianto disperato ma soffocato.
Rispetto e delicatezza imporrebbero di non disturbarla, ma non riusciamo a resistere, chissà se per reale empatia o solo per debole curiosità.
Comunque sia ci avviciniamo timorosamente e ci sediamo vicino a loro, ci guardiamo un po’ di volte negli occhi, poi le chiedo se va tutto bene e se ha bisogno di un qualche aiuto; non sappiamo nemmeno se lei può capirci o tollerarci.
I suoi occhi ci fanno male, emanano un doloroso misto di desiderio di conforto divino e pietà umana, e della consapevolezza della nostra impotenza che -ancor prima di noi- è lei a leggerci in viso; le sue parole scaveranno ancor di più in noi due, e vi semineranno tristezza.
La sua vita è distrutta, non ha più niente, ci racconta solo quel che desidera e che il suo dignitosissimo pudore le impone, le rimane solo quella figlia lì vicino a lei.
I dettagli non servono, ci troviamo persi a piangere insieme a lei, le sue lacrime incredibilmente parlano di forza e speranza, le nostre di croissant alla marmellata e té ai frutti di bosco.
Ma è lei quella aggrappata alla vita, e in un Dio in cui ha sempre creduto e non a cui si rivolge ora solo per disperazione, è piena ancora di energia e amore; noi siamo solo arrendevolmente smarriti e inutilmente indignati.
Sono le diversità delle nostre rispettive storie di vita a fissare queste differenti reazioni, o le diverse nostre spiritualità e culture, o forse unicamente le nostre filosofie di vita – troppo complicate o troppo semplici.
Io mi trovo confusamente a pensare: “magari se non avesse una figlia potrebbe ripartire da zero, da sé stessa, e forse ricominciare da capo”. Lei sembra leggermi dentro e mi dice: “se non avessi lei non avrei la forza di vivere e andare avanti, è la mia più grande fortuna”.
Si avvicinano le 18 -l’ora della messa- ed iniziano ad arrivare i primi fedeli anziani, il prete le va incontro e le dà quello che -lo scopriremo dopo- è un quotidiano piccolo aiuto che quella comunità le fornisce come e quando può.
La giovane madre -non sappiamo nemmeno il suo nome- se ne va ringraziandoci e salutandoci con un sorriso allegro che raramente ho visto così fiero e sincero, rifiutando i nostri soldi – che diamo al parroco per lei, per la prossima volta che verrà.
Lei dice di averlo trovato Dio, ne è certa, e non ha bisogno di altre risposte; noi di certo non l’abbiamo visto in quella chiesa oggi se non forse negli occhi di quella ragazza, io continuo a pretendere risposte che nessuno può dare, e non mi rassegno.
Chi è più ingenuo, chi più felice, ognuno a proprio modo forse, lei però è uscita senza desiderare la nostra colazione, noi invece ora desideriamo la sua semplicità e tutti e due una figlia da aiutare e far vivere; più di ogni altra cosa al mondo.
Lei è uscita sorridendo, noi due ci consoleremo ancora stasera mentre qualche lacrima vorrebbe nuovamente uscire, cerchiamo di dimenticare dicendoci che è colpa di Venezia che amplifica tutto e che domani non sarà più così lacerante, e restando abbracciati per un po’.
Non dormiremo stanotte, non troveremo amore domani, ma non scorderemo questa storia. O forse si.
Non avrò figli, lei non avrà figli, non troverò Dio in futuro o qualcuno che mi farà capire e darà le risposte che mancano. O forse si.
E per lei, domani, come sarà?
Non ti rivedrò mai più probabilmente, povera ragazza incredibilmente ricca, ma ti auguro tanta fortuna e che tutto ti vada per il meglio. E lo auguro a tutti noi.

Forma e sentiero, stridio e fuoco.

Il completarsi a vicenda è una illusoria speranza, una sciocca diceria popolare, gli incastri perfetti non accadono naturalmente e siamo tutti progenie del caso e creature del caos.

Siamo parti profondamente complesse, incorniciate di appuntiti spigoli e morbide curve, di un tutto che spinge ad urtarci più che a correlarci.

Alcune combinazioni riescono, laddove i componenti rinunciano ad alcuni lati della loro forma, per il bisogno genetico di trovare quantomeno un punto di possibile contatto e avvicinamento.

Ma la mia forma è ciò che sono e rappresenta la mia dimensione esistenziale nel flusso generale delle cose, l’essenza che sono stato e che ho costruito di me, e non posso che esserne ovviamente orgoglioso e fermamente sicuro.

Smussarla o deformarla con degli aggiustamenti per venire incontro ad un’altra essenza è quindi rinunciare alla propria natura, a ciò che abbiamo dentro e di cui profondamente ci nutriamo, che guida il nostro esistere.

In buona sostanza smettere di amarsi per ciò che si è, rinunciare ad amarsi per amare, pretendere di essere amati per ciò che si è quantunque noi si rinunci proprio a quello e in quel medesimo istante.

Tutto questo rappresenta il ruvido sfiorarsi e la conseguente scintilla dell’amarsi e non può essere compreso fino in fondo, ci rimane solo la possibilità di scegliere istintivamente quale movimento inseguire, come emotivamente spenderci e di cosa sentimentalmente arricchirci.

Altro non ci è dato sapere su questo mistero e su questa assurda contraddizione a cui siamo, fortunatamente, condannati.

Ciò che dobbiamo a noi stessi e all’oggetto del nostro amore è la consapevolezza del percorso comune da costruire, del viaggio che ci attende, che a partire da quella prima fiammata intraprendiamo.

Non sappiamo niente, se non lo conosciamo insieme, questo è l’errare importante.

Il contenuto e il contenente viaggiano insieme e ora non v’è più dualismo alcuno, partendo dal buio della notte e arrivando alla luce cosmica, in un viaggio in cui ci tramutiamo alfine in un tutt’uno.

In molti ne han gioito mentre taluni ne han sofferto del contenitore, talaltri ne han scritto e fantasticato, altri ancora ne han fatto professione e finzione d’amore.

Quando il tutto viene rivelato e molto viene inteso, il nostro fulcro si sincronizza al centro della vastità, il contenuto appare infine come ciò che più conta e ci trasporta privandoci di ogni peso.

Ad un certo momento dell’esistenza se ne ha a sufficienza del solo bramare della carne e delle materie, in quel medesimo istante si comprende e anela maggiormente il calore che due anime a contatto possono trasferirsi tra loro, proprio grazie allo stretto avvolgersi di quei due corpi nudi e senza muri di stoffa che contengono tali anime eterne ed eteree.

Niente allora diviene più magicamente erotico e puro insieme di due spiriti che si fondono, del disperato trattenersi a vicenda dei corpi per tutta la buia notte, come non ci fosse un domani l’uno senza l’altra e senza altro sentire che questo all’unisono.

Così tutto si miscela e dal caos si nasce nuovamente, creiamo la scintilla che ci scalderà e ci fornirà energia, per quel viaggio insieme tra altri corpi siderali che da soli era destinato a rimaner inconcludente.

E principiano le profonde filosofie sincere, i sentimenti immortali e indissolubili, e i legami infiniti che ci traslano al centro degli universi tutti e delle diverse ere.

In questo modo comincia un autentico vivere in libertà, così diventiamo importanti, così ci prepariamo alla serena energia dell’immortalità.

Questo è ciò che dunque ora siamo, condizione di tutto e niente al medesimo tempo, in tale visuale da oggi appariremo.

Έρως.

Non è più tempo di volgari e veloci trasgressioni abituali.

È un fondersi di spiriti in due corpi avvolti con fantasia eterea.

Nel mio mondo divengono lenti rituali anticonvenzionali.

Fuga dalle fredde prigioni della vita per calde ore d’aria.